Dubai Frame: l'architettura diventa esagerazione

«L’importante è esagerare, sia nel bene che nel male». — Enzo Jannacci

Ci sono città che crescono lentamente, rispettando le proporzioni della propria storia, e città che sembrano voler continuamente superare se stesse.

Dubai appartiene certamente alla seconda categoria.

Qui tutto sembra voler diventare il più alto, il più grande, il più sorprendente. Non basta costruire un grattacielo: deve essere il più alto del mondo. Non basta realizzare un’attrazione turistica: deve trasformarsi in un simbolo riconoscibile a chilometri di distanza.

E così, a Dubai, anche una cornice può diventare un monumento alto 150 metri.

È il Dubai Frame, una gigantesca struttura dorata che si staglia sul paesaggio urbano come la cornice di un quadro senza tela. Un oggetto architettonico tanto semplice nella sua concezione quanto smisurato nelle sue dimensioni.

Dettaglio del Dubai Frame con rivestimenti dorati decorati da motivi geometrici e superfici vetrate contro il cielo azzurro di Dubai.
Dubai Frame: l’oro cattura la luce e trasforma una struttura monumentale in un gioco di riflessi e geometrie.

Una cornice per raccontare la città

Il Dubai Frame si trova nello Zabeel Park, in una posizione tutt’altro che casuale, tra i quartieri storici della città e la Dubai dei grattacieli.

Inaugurato il 1° gennaio 2018, è costituito da due torri verticali alte 150 metri, unite alla sommità da un ponte panoramico lungo circa 93 metri.

La struttura è una gigantesca cornice rettangolare, visibile anche da grande distanza, che non racchiude un dipinto ma un’intera città.

L’idea progettuale è interessante: non creare semplicemente un altro edificio iconico, ma realizzare un’architettura capace di valorizzare quelle già esistenti.

Una cornice, infatti, serve a selezionare uno sguardo, a delimitare una porzione di realtà, a trasformare ciò che osserviamo in un’immagine.

Il Dubai Frame fa esattamente questo, ma su scala urbana.

Due vedute dal basso del Dubai Frame: la struttura monumentale rivestita d'oro contro il cielo azzurro e una palma illuminata dal sole in primo piano.
Dubai Frame: la monumentalità della cornice dorata dialoga con il cielo e con le palme, mentre la luce del sole si moltiplica sulle superfici metalliche.

Il significato: passato, presente e futuro

La posizione del Dubai Frame è fondamentale per comprenderne la simbologia.

Guardando verso nord si osservano i quartieri più antichi di Dubai, quelli cresciuti intorno al Creek, con i mercati tradizionali e il tessuto urbano precedente alla grande espansione contemporanea.

Verso sud, invece, si apre la Dubai moderna: la città dei grattacieli, delle grandi infrastrutture, delle torri di vetro e acciaio, con il Burj Khalifa a dominare lo skyline.

Il Dubai Frame si colloca idealmente tra queste due realtà, diventando una soglia simbolica tra passato e presente.

Anche il percorso interno segue questa narrazione. Alla base, installazioni multimediali raccontano la storia della città e la sua trasformazione. Si sale poi attraverso ascensori panoramici fino al ponte superiore, dove una parte del pavimento in vetro permette di osservare il vuoto sotto i propri piedi.

Infine, un’ulteriore esperienza immersiva propone una visione della Dubai del futuro.

L’edificio diventa così una sorta di macchina del tempo architettonica: il passato viene raccontato, il presente osservato dall’alto, il futuro immaginato.

Oro, geometria e monumentalità

Dal punto di vista architettonico il Dubai Frame è un esercizio di estrema semplicità geometrica; una struttura trilitica perfettamente riconoscibile. In fondo, il Dubai Frame non è altro che la reinterpretazione monumentale di uno dei più antichi schemi architettonici della storia: i dolmen preistorici.

Ma dalla pietra primordiale all’acciaio e all’oro della contemporaneità, qualcosa è decisamente cambiato: le dimensioni, i materiali e soprattutto la volontà di stupire.

Un dolmen alto 150 metri, rivestito d’oro. Perché a Dubai persino la preistoria, se reinterpretata, deve diventare spettacolare.

Le proporzioni si richiamano alla sezione aurea, quel rapporto matematico di circa 1,618 che attraversa la storia dell’arte e dell’architettura.

Ma alla purezza della forma si contrappone una superficie tutt’altro che minimalista.

La struttura è rivestita da oltre 15.000 metri quadrati di acciaio inossidabile color oro, decorato con motivi geometrici ad anelli ispirati al logo di Expo 2020 Dubai.

Il risultato è un oggetto che cambia aspetto con la luce, riflettendo i raggi del sole e diventando particolarmente scenografico al tramonto.

L’oro richiama inevitabilmente ricchezza, prestigio e celebrazione, ma soprattutto contribuisce a rendere l’edificio immediatamente riconoscibile.

Anche la scelta cromatica sembra coerente con il linguaggio della città: qui l’architettura non deve soltanto essere vista, deve attirare l’attenzione.

Personalmente, ho trovato il Dubai Frame un oggetto architettonico decisamente sproporzionato, al limite del kitsch. Una cornice gigantesca che sembra voler affermare la propria presenza a ogni costo, quasi che la monumentalità fosse di per sé una garanzia di bellezza.

Eppure, non posso negare di esserne rimasta affascinata.

Amo l’oro, la sua luminosità, la sua capacità di catturare la luce e restituirla trasformata. Ed è proprio nella relazione con la luce che il Dubai Frame, a mio parere, trova la sua qualità più interessante.

La superficie dorata non è mai immobile: assorbe i riflessi del cielo, si accende sotto il sole, cambia intensità e tonalità con il passare delle ore. La luce sembra scorrere lungo le due torri verticali, moltiplicarsi sulle decorazioni geometriche ed espandersi nello spazio circostante.

Per un momento, la materia sembra perdere il proprio peso e quella gigantesca struttura diventa quasi un segno luminoso nel paesaggio.

È questo il paradosso del Dubai Frame: un’architettura che considero eccessiva nelle dimensioni e discutibile nel linguaggio formale, ma della quale riesco comunque ad apprezzare la forza cromatica e la capacità di dialogare con la luce.

Perché anche un oggetto che non considero bello può regalarmi un’esperienza visiva affascinante.

Due fotografie del Dubai Frame: dettaglio del rivestimento dorato con motivi geometrici e vista completa della gigantesca cornice con una palma in primo piano.
Dubai Frame: dettagli dorati e architettura monumentale

Un’idea geniale o un’esagerazione architettonica?

Ed è proprio qui che nasce la domanda più interessante.

Era davvero necessario costruire una cornice alta 150 metri?

La risposta dipende da ciò che chiediamo all’architettura.

Se cerchiamo un simbolo urbano capace di diventare un’attrazione turistica, il Dubai Frame raggiunge certamente il suo obiettivo. La forma è immediata, originale nel suo rapporto con il paesaggio e facilmente riconoscibile.

Se invece consideriamo l’architettura come equilibrio tra funzione, risorse impiegate, contesto e necessità, il giudizio diventa più complesso.

Per realizzare questa enorme cornice sono stati utilizzati migliaia di metri cubi di calcestruzzo, circa 2.000 tonnellate di acciaio e grandi quantità di vetro.

Materiali, energia e risorse impiegati per costruire un edificio la cui funzione principale è osservare altri edifici.

È un paradosso!

La cornice, che normalmente è un elemento secondario rispetto all’opera che contiene, diventa essa stessa protagonista, fino quasi a competere con il paesaggio che dovrebbe valorizzare.

La sua dimensione monumentale non risponde soltanto a esigenze funzionali, ma alla volontà di costruire un’immagine.

E forse è proprio questo il vero significato del Dubai Frame: non tanto raccontare ciò che Dubai è stata, quanto rappresentare ciò che vuole essere.

Una città che costruisce continuamente la propria immagine attraverso architetture spettacolari.

L’architetto e la controversia sul progetto

Dietro il Dubai Frame si nasconde anche una vicenda controversa.

L’idea originale fu proposta dall’architetto messicano Fernando Donis, vincitore nel 2009 di un concorso internazionale che raccolse oltre 900 proposte.

Il suo progetto nasceva da una riflessione interessante: invece di aggiungere un nuovo grattacielo alla città, perché non progettare un edificio capace di incorniciare quelli già esistenti?

La proposta vinse, ma la successiva realizzazione dell’opera generò una controversia sui diritti del progetto e sul ruolo del suo ideatore.

Donis contestò le condizioni contrattuali e il fatto che la costruzione fosse stata portata avanti senza il suo coinvolgimento, avviando anche un’azione legale.

La vicenda introduce un’altra questione significativa: in una città che celebra la creatività architettonica, quale spazio viene effettivamente riconosciuto alla paternità delle idee?

Una città che non conosce le mezze misure

Guardando il Dubai Frame viene spontaneo tornare alla frase di Enzo Jannacci.

A Dubai l’esagerazione non sembra un incidente di percorso, ma una scelta progettuale.

La scala ordinaria viene abbandonata, gli oggetti quotidiani diventano monumenti e l’architettura si trasforma in spettacolo.

Il Dubai Frame è certamente un’opera curiosa, scenografica e concettualmente interessante. Ma è anche l’esempio di quanto sottile possa essere il confine tra un’idea brillante e la sua esasperazione monumentale.

Forse una cornice più piccola avrebbe raccontato la stessa storia.

Ma certamente non sarebbe stata Dubai.

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Luisa Bernasconi

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