Visitare le concerie di Fès ha rappresentato per me un’esperienza particolare e, per certi aspetti, contraddittoria.
Pur essendo animalista e quindi profondamente sensibile al tema dell’utilizzo delle pelli animali, non ho potuto non osservare questo luogo anche con gli occhi dell’architetto, separando per un momento le mie convinzioni personali dalla lettura dello spazio.
Da un punto di vista architettonico, materico e soprattutto cromatico, le concerie di Fès costituiscono infatti un paesaggio straordinario: una successione apparentemente caotica di vasche circolari, muri, terrazze, pelli stese al sole e uomini al lavoro che, vista dall’alto, si trasforma in una gigantesca composizione dinamica.
Bianco, ocra, rosso, giallo, bruno, azzurro e verde si alternano all’interno delle vasche creando l’immagine forse più conosciuta della medina.
È uno spettacolo affascinante e allo stesso tempo duro, perché dietro quella tavolozza cromatica c’è un lavoro fisico faticoso e una pratica produttiva che affonda le proprie radici nella storia della città.

Le concerie all’interno della medina di Fès
Le concerie non sono un elemento estraneo inserito successivamente nella città: appartengono intimamente alla sua organizzazione urbana.
Fès fu fondata dalla dinastia idriside tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo e nei secoli successivi diventò uno dei maggiori centri politici, religiosi, commerciali e artigianali del mondo islamico occidentale.
La sua medina storica, Fès el-Bali, conserva ancora oggi gran parte della propria struttura medievale ed è iscritta dal 1981 nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO.
All’interno di questo tessuto densissimo, formato da vicoli, souk, abitazioni, moschee, madrase e fondouk, le attività artigianali tendevano storicamente a raggrupparsi per mestieri.
La lavorazione delle pelli, che richiedeva grandi quantità d’acqua, trovò naturalmente posto in prossimità dei corsi d’acqua e delle sorgenti. La posizione delle concerie non è quindi casuale: funzione produttiva, disponibilità idrica e forma urbana sono strettamente collegate.
È proprio questo rapporto tra lavoro e città a renderle particolarmente interessanti dal punto di vista urbanistico.
Quali sono le concerie di Fès?
Oggi nella medina vengono generalmente individuati tre grandi complessi storici ancora legati alla lavorazione delle pelli: Chouara, Sidi Moussa e Ain Azliten.
La più celebre è certamente la conceria Chouara, situata nella parte orientale di Fès el-Bali, vicino al corso dell’Oued Fès o Oued Bou Khrareb. È la più grande e quella che offre la spettacolare distesa di vasche colorate che compare nella maggior parte delle fotografie della città.
La conceria Sidi Moussa, chiamata anche Guerniz, si trova invece più a ovest, nei pressi della Zawiya di Moulay Idris II e del quartiere Nejjarine. Le fonti storiche ne attestano con maggiore sicurezza l’esistenza almeno all’inizio del XII secolo. Tradizionalmente era specializzata soprattutto nella lavorazione delle pelli più pesanti, come quelle bovine.
La terza è Ain Azliten, nella parte settentrionale della medina. È più recente rispetto alle altre due e viene generalmente fatta risalire alla fine del XVIII secolo.
In passato il numero delle concerie era però molto maggiore. Le fonti medievali testimoniano quanto la produzione del cuoio fosse importante per l’economia cittadina: durante il periodo almohade, tra XII e XIII secolo, sarebbero stati presenti decine di laboratori di concia, mentre in epoca merinide l’attività continuò a svilupparsi. I prodotti in pelle di Fès erano commerciati anche a grande distanza.
Quando furono costruite le concerie?
Qui è necessario distinguere tra tradizione e documentazione storica.
La tradizione locale tende a far risalire Chouara e Sidi Moussa alle origini stesse della città, all’inizio del IX secolo. Molte guide attribuiscono invece Chouara all’XI secolo.
Gli studi storici sono più cauti: sappiamo che la lavorazione delle pelli era presente a Fès fin dai primi secoli della sua storia, ma non esistono prove definitive che consentano di datare con esattezza l’attuale impianto di Chouara.
Per Sidi Moussa esistono invece riferimenti documentari più precisi a partire dall’inizio del XII secolo.
È quindi più corretto parlare delle concerie come di strutture produttive di origine medievale, trasformate, ampliate e riparate nel corso dei secoli, piuttosto che immaginarle come manufatti rimasti materialmente identici per mille anni.
La continuità riguarda soprattutto il luogo, la funzione e molte delle tecniche di lavorazione.

Un’architettura senza facciata
Dal punto di vista architettonico, Chouara è particolarmente affascinante perché sovverte l’idea tradizionale di edificio.
Non possiede una vera facciata monumentale.
Il suo spazio più rappresentativo si sviluppa verso il basso e verso l’interno.
Ciò che vediamo dalle terrazze è una sorta di grande cortile produttivo scavato nel tessuto compatto della medina. Il piano di lavoro è quasi completamente occupato da vasche di forma prevalentemente circolare, affiancate le une alle altre e separate da stretti bordi percorribili dagli operai.
Viste dall’alto formano una struttura simile a un alveare irregolare.
Le vasche non sono disposte secondo un ordine geometrico perfetto. Sono il risultato dell’accrescimento progressivo del complesso e delle necessità del processo produttivo. Proprio questa apparente casualità produce però una composizione visiva potentissima.
Intorno alla zona di lavorazione si innalzano edifici in muratura, laboratori e botteghe. Le loro terrazze sono diventate nel tempo punti privilegiati da cui osservare dall’alto la conceria.
Ne deriva uno spazio quasi teatrale: il lavoro avviene al centro, mentre la città lo circonda verticalmente.
Le vasche: una grande tavolozza inserita nella città
L’elemento più caratteristico delle concerie è naturalmente costituito dalle vasche.
Alcune appaiono bianche o lattiginose, altre presentano colori intensi. Non si tratta però di elementi puramente decorativi: ogni vasca corrisponde a una fase della lavorazione.

Le pelli vengono inizialmente sottoposte a diversi processi di pulizia e preparazione. Tradizionalmente vengono utilizzate soluzioni a base di acqua, calce e sostanze alcaline e organiche; uno degli ingredienti storicamente più conosciuti è il guano di piccione, utilizzato per contribuire ad ammorbidire le pelli.
Soltanto dopo questa lunga preparazione si passa alla colorazione.
Storicamente venivano impiegati pigmenti e sostanze di origine naturale: l’indaco per il blu, l’henné per tonalità brune e aranciate e altri pigmenti vegetali per rossi e gialli.
Le pelli vengono immerse nelle vasche e lavorate manualmente affinché il colore penetri nelle fibre.
Successivamente vengono stese e lasciate asciugare al sole.
Ed è proprio l’alternarsi delle diverse fasi produttive a generare la sorprendente varietà cromatica percepibile dall’alto.
Il colore come conseguenza della funzione
Da architetto trovo forse questo l’aspetto più affascinante.
A Chouara il colore non nasce da una scelta decorativa.
Non esiste un progettista che abbia deciso di affiancare un giallo a un rosso, un bianco a un verde o un marrone a un azzurro.
La composizione cromatica nasce dalla produzione.
È la funzione stessa a costruire l’immagine.
Le vasche cambiano colore in relazione alle lavorazioni in corso; le pelli stese sui muri modificano continuamente le superfici; gli artigiani si spostano tra un bacino e l’altro introducendo movimento nella composizione.
La conceria diventa così una sorta di architettura dinamica, continuamente trasformata dal lavoro.
Osservandola dall’alto è difficile non pensare a un’opera astratta: le vasche sembrano grandi macchie di colore delimitate da spessi contorni materici, quasi un mosaico irregolare modellato nel terreno.
Ma avvicinandosi si comprende immediatamente che ciò che appare come una composizione pittorica è, in realtà, un luogo produttivo estremamente concreto.

Forse è proprio questo a rendere le concerie di Fès così diverse da molti monumenti storici.
Non sono rovine.
Non sono state trasformate in un museo.
Continuano, pur con trasformazioni e interventi di recupero, a mantenere una funzione legata alla produzione del cuoio.
La medina stessa deve parte del proprio eccezionale valore alla permanenza di mestieri, tecniche costruttive e attività tradizionali che continuano ad abitare un tessuto urbano sviluppatosi nell’arco di oltre dieci secoli. È uno degli aspetti messi in evidenza anche dall’UNESCO nella descrizione di Fès come città storica ancora viva, nella quale patrimonio architettonico e saperi tradizionali continuano a convivere.

Le concerie di Fès: bellezza e contraddizione
La visita lascia inevitabilmente sensazioni contrastanti.
Da animalista, non posso considerare con indifferenza ciò che sta all’origine della lavorazione delle pelli. Sarebbe poco coerente con la mia sensibilità personale.
Allo stesso tempo, però, sarebbe altrettanto difficile negare il valore storico, antropologico, urbano e visivo di questi luoghi.
Non sono state progettate per essere belle, e probabilmente proprio per questo possiedono una forza estetica così particolare, unica, indimenticabile.
13 settembre 2026
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